Rubén Blades e Son de Tikizia a Milano per il LatinoAmericando Expò 19 luglio 2008

Le recensioni de LaSalsaVive

A cura di Tommy Salsero

19 luglio 2008

L’ultima volta che vidi Rubén Blades fu a Roma durante un concerto strepitoso, dove Rubén partecipava al tour della Spanish Harlem Orchestra.

Ricordo ancora la piazza strapiena di una moltitudine di colori, persone provenienti da ogni paese latinoamericano che cantavano a squarciagola le canzoni, simboli immortali della storia latinoamericana.
Assistere ad un concerto di Rubén Blades va ben al di là di un normale concerto di salsa, per quanto bello.
È un appuntamento con la storia stessa della musica latina, un gigante di questa cultura ammirato ovunque; nessun altro salsero infatti gode dell’unanime approvazione di musicisti, intellettuali e del popolo della strada.

Musicista, autore, compositore ha esplorato ogni tipo di ritmo e che ha superato gli stretti ambiti della salsa.
Con queste prerogative il timore di vederlo cambiato dopo diversi anni di politica e di inattività musicale era forte.
E invece la voce dell’America Latina ha parlato, cantato e incantato per più di due ore alla bella età di 60 anni compiuti il 16 luglio.

La voce, e che voce! Riesce ancora a trasmettere brividi ed emozioni.
Praticamente identica a quella di 30 anni fa, una cosa che ha dell’incredibile, a 60 anni canta come ne avesse 30!
Tutte le caratteristiche della sua voce, dal vibrato all’intensità da pianissimo a forte, con tutte le sfumature intermedie, erano ancora lì a farci sognare.
Quando doppiava i tromboni con la sua voce, quando imitava la chitarra, quando cantava sdoppiando la voce con due voci differenti!
Semplicemente unico.

All’altezza della sua performance è stata anche l’orchestra che ha accompagnato Ruben Blades in questo tour: i Son de Tikizia.
Ebbene, non ho mai ascoltato una band di salsa al Latino Americando Expò suonare con questa precisione e pulizia sin dal primo brano!
Un affiatamento assoluto e una precisione sorprendente per una formazione di salsa che, dal vivo, può spesso incontrare problemi di sovrapposizione sonora.
Un’orchestra che ha accompagnato Rubén senza mai rubargli la scena, senza eccessivi assoli, ma dimostrando l’estremo valore musicale facendo risaltare ogni minima sfumatura nelle varie composizioni.
Sembrava un disco… e il gruppo un’immagine olografica tanto erano perfetti.
Al piano il grande Walter Flores, direttore dell’orchestra e vincitore di ben tre premi Grammy come ingegnere del suono!!!
E questo spiega il suono assolutamente perfetto del concerto.

Flores era già membro del gruppo Editus, insieme al trombonista e seconda voce Alfredo Poveda, che ha accompagnato Ruben negli ultimi anni, sia dal vivo che in studio.
Completano l’orchestra Leo Rodríguez e Marcial Flores ai tromboni e ai cori, Fabrizio (bravissimo turnista di Milano) al basso, Alonso López ai timbales, Miguel Rojas alle congas, e Riqui Wint Scott alla voce, bongò, campana, güira e güiro.

Si alza il telo del palco e inizia il gruppo da solo con un bel brano di Latin Jazz che mette subito in evidenza la dinamica e la pulizia sonora.

Tutti i ragazzi sono diplomati al conservatorio come spiegano sul loro sito, e questo spiega la dinamica eccezionale per un gruppo di salsa, visto che la musica classica è la massima espressione della dinamica in musica.
I tre tromboni calibrano pianissimi e fortissimi — e continueranno a farlo per l’intera durata del concerto — modulando l’intensità sonora in funzione dei cambi di voce di Rubén e sottolineando così i momenti più importanti delle sue poesie in musica.
Ottimo anche l’assolo del bravissimo timbalero Alonso. Entra Ruben e comincia uno dei concerti più belli ed importanti per chi ama e conosce davvero la salsa.
Si inizia alla grande con “Juan Pachanga” e qui onore e gloria al grande Walter Flores che riprende nota per nota tutto l’assolo originale di Papo Lucca, incluso anche il suono di Fender Rhodes!!!

È come se all’improvviso non fossimo più a Milano ma nel cuore del Bronx…
La sua voce fa ancora venire i brividi, non poteva scegliere brano migliore per iniziare.
Ogni stacco è fedelmente riprodotto, inclusa anche la parte finale di funk dove duettano Rhodes e basso, e questo musicista italiano merita davvero i complimenti, perché ha dimostrato di essere davvero bravo con questo repertorio.

Non abbiamo neppure il tempo di riprenderci che parte uno dei pezzi più importanti di tutta la storia della salsa: “Pablo Pueblo”.

Nel sentire le bellissime armonie mi viene da pensare che questo concerto avrebbe meritato il palco di un teatro, ma il suo “pueblo” lo vive sicuramente meglio in una piazza.
Splendidi gli interventi di Miguel alla guira dominicana alternati ai bongó, per sottolineare i cambi di ritmo tra una parte e l’altra.

Si continua con “Buscando Guayaba” un altro brano storico tratto dall’album culto “Siembra”, nel quale Blades ripropone il “solo de boca” imitando la chitarra cuatro di Yomo Toro che non arrivò in tempo per la registrazione.

Una breve introduzione al piano introduce la successiva “Decisiones” unico brano forse un po’ sottotono.
Un afro in 6/8 annuncia invece il bellissimo “El Padre Antonio Y su Monaguillo Andrés
“El Pueblo” la canta all’unisono con Ruben che da grande sonero improvvisa frasi come “matan a la gente, pero no matan a las ideas” (ndr: uccidono le persone ma non le idee) o come nel finale che nel coro modifica la frase originaria con “Suenan las campanas (a festa) en Colombia..por Ingrid Betancourt”!
I colombiani gli dedicano un lungo applauso, solo lui può fare certe cose.

Seguono “Amor y Control” e il grande classico di Rubén e Willie Colón “Te Están Buscando” dove i fiati strabiliano e Rubén Blades suona il trombone imitandolo con la voce.

Si passa ad un grande classico “Plantación Adentro” di Tite Curet Alonso citato da Rubén come il più grande autore della storia della salsa.

A metà pezzo quando i personaggi della storia sono nella giungla, imita Rubéntutti i suoni della foresta, strappando un applauso a scena aperta da parte del suo pubblico.
Questo pezzo riserva un sacco di sorprese, alla fine, infatti, Rubén chiama i tre grandi trombonisti che si mettono davanti al centro del palco e cominciano una sfida tra loro, alternandosi al microfono!
L’adrenalina è ormai alle stelle, io canto, ballo e filmo contemporaneamente!

Si continua con “Sin tu cariño”, con un bell’assolo di Walter Flores“Ligia Elena” dove Rubén canta con due voci completamente diverse, con lo splendido controcanto dei trombonisti.

Anticipato da un piccolo omaggio a Bach e alle variazioni Goldberg, dove Walter Flores si esibisce al flauto, si passa a “Juan Gonzalez” canzone tratta dal primo album di Ruben “From Panama To New York” del 1970 e che costò la radiazione dai circuiti radiofonici americani del brano per i contenuti politici.

Splendido l’assolo del timbalero, vero mattatore della serata assieme ai trombonisti.

Arriva il periodo dei primi anni ’80 con le bellissime “El Nacimiento de Ramiro”“Todos Vuelven” e “Maestra Vida”.
Tutto il pubblico canta all’unisono Maestra vida, camarà, te da y te quita, te quita y te da!!!
A quel punto Ruben gira il microfono e fa cantare noi!!!
Un intro di conga fa saltare per aria tutti i presenti…è arrivato “Pedro Navaja”!
Ormai in delirio il canto della piazza sovrasta quello di Ruben, i tromboni danno il meglio di sé in questo pezzo trascinante che ha segnato un’epoca.
Anche qui il nostro gioca con il soneo e sul più bello dice: «¡Qué sorpresa, en Estados Unidos, un negro presidente!».

Si arriva all’ultimo pezzo previsto, si tratta di “Patria”, bellissimo inno ai valori della propria cultura. La sua voce calda ed intensa fa il resto.

Il pubblico lo riporta a furor di popolo sul palco e si comincia a ballare un po’ di Hustle.
Arriva finalmente “Plástico”, bandiera del popolo latino, queste parole sono scritte anche sui muri, cosa vista di persona durante i miei viaggi.
Per me questo è il momento più bello del concerto.

Ma poteva finire così?

Dopo “solo” due ore di concerto?
Ruben non è Marc Anthony e pur avendo il doppio degli anni, resta sul palco il doppio del tempo!

Arriva l’ultimo bis, “Muévete”, un brano dei Los Van Van che Ruben riprese nel 1985 con una base simile a “All Night Long” di Lionel Richie e che infatti Ruben canticchia prima del pezzo, con grande autoironia.

Gli assoli dei tromboni e del timbalero chiudono un concerto di oltre due ore, segnando il ritorno di un’artista che ha contribuito in modo decisivo alla nascita della salsa socialmente impegnata, sia nei testi che nelle idee musicali che rivoluzionarono l’ambiente salsero alla fine degli anni Settanta.

Dopo Milano avrebbe suonato a Roma per poi proseguire la sua tournée mondiale.
Per chi volesse conoscerlo meglio consigliamo di visitare il suo sito e di seguire le sue trasmissioni che trovate anche nel nostro portale.

El Show de Rubén Blades

www.rubenblades.com

Si ringrazia l’organizzazione del Latino Americando Expò

Español

Las reseñas de LaSalsaVive

Por Tommy Salsero

19 de julio de 2008

La última vez que vi a Rubén Blades fue en Roma, durante un concierto extraordinario en el que Rubén participaba en la gira de la Spanish Harlem Orchestra. Recuerdo todavía la plaza repleta de una multitud de colores, con personas procedentes de todos los países latinoamericanos que cantaban a todo pulmón canciones convertidas en símbolos inmortales de la historia latinoamericana.

Asistir a un concierto de Rubén Blades va mucho más allá de un concierto de salsa normal, por muy bueno que sea.

Es una cita con la historia misma de la música latina, con un gigante de esta cultura admirado en todas partes; de hecho, ningún otro salsero goza de la aprobación unánime de músicos, intelectuales y gente de la calle. Músico, autor y compositor, ha explorado todo tipo de ritmos y ha superado los estrechos límites de la salsa.

Con estos antecedentes, era lógico preguntarse cómo estaría después de varios años dedicados a la política y alejado de la actividad musical.

Y, sin embargo, la voz de América Latina habló, cantó y encantó durante más de dos horas, a la hermosa edad de 60 años, recién cumplidos el 16 de julio. ¡La voz, y qué voz! Todavía consigue transmitir escalofríos y emociones.

Prácticamente idéntica a la de hace 30 años: algo increíble. ¡A los 60 años canta como si tuviera 30!

Todas las características de su voz, desde el vibrato hasta la intensidad, del pianissimo al forte, con todos los matices intermedios, seguían allí, haciéndonos soñar.

¡Cuando doblaba los trombones con su voz, cuando imitaba la guitarra, cuando cantaba haciendo dos partes con dos voces distintas!

Simplemente único. A la altura de su actuación estuvo también la orquesta que acompañó a Rubén Blades en esta gira: los Son de Tikizia.

Pues bien, ¡nunca había escuchado a una banda de salsa tocar con esta precisión y limpieza desde el primer tema en el Latino Americando Expò!

Una compenetración absoluta y una precisión increíble para una formación de salsa que, en directo, suele plantear problemas de superposición de sonidos.

Una orquesta que acompañó a Rubén sin robarle nunca protagonismo, sin excesivos solos, pero demostrando un enorme valor musical al hacer resaltar cada matiz de las distintas composiciones.

Parecía un disco… y el grupo, una imagen holográfica, tal era su perfección.

Al piano, el gran Walter Flores, director de la orquesta y ganador de tres premios Grammy como ingeniero de sonido.

Y eso explica el sonido absolutamente perfecto del concierto. Ya era miembro del grupo Editus, junto al trombonista y segunda voz Alfredo Poveda, quien ha acompañado a Rubén en los últimos años, tanto en directo como en estudio.

Completan la orquesta Leo Rodríguez y Marcial Flores en los trombones y coros; Fabrizio, excelente músico de sesión de Milán, al bajo; Alonso López en los timbales; Miguel Rojas en las congas; y Riqui Wint Scott en la voz, bongó, campana, güira y güiro.

Se levanta el telón del escenario y el grupo comienza solo con una bella pieza de latin jazz que pone inmediatamente de relieve la dinámica y la limpieza sonora.

Como explican en su sitio web, todos los músicos son diplomados de conservatorio, y eso permite entender la dinámica excepcional de este grupo de salsa, puesto que la música clásica es la máxima expresión de la dinámica musical.

Los tres trombones regulan, y seguirán haciéndolo durante todo el concierto, pianissimi y fortissimi, modificando la intensidad sonora según los cambios de voz de Rubén y subrayando así los momentos más importantes de las poesías convertidas en música por el gran cantautor panameño.

Excelente también el solo del magnífico timbalero Alonso. Entra Rubén y comienza uno de los conciertos más bellos e importantes para quien ama y conoce de verdad la salsa.

Se empieza a lo grande con “Juan Pachanga”, y aquí honor y gloria al gran Walter Flores, que reproduce nota por nota todo el solo original de Papo Lucca, incluido el sonido del Fender Rhodes.

Es como si de repente ya no estuviéramos en Milán, sino en el corazón del Bronx…

Su voz sigue poniendo la piel de gallina; no podía haber elegido una canción mejor para comenzar.

Cada corte se reproduce fielmente, incluida la parte final de funk, donde dialogan el Rhodes y el bajo. Hay que felicitar a este músico italiano, porque ha demostrado ser realmente bueno con este repertorio.

No tenemos siquiera tiempo de recuperarnos cuando comienza una de las piezas más importantes de toda la historia de la salsa: “Pablo Pueblo”.

Al escuchar las bellísimas armonías, pienso que este concierto habría merecido el escenario de un teatro, pero su “pueblo” seguramente lo vive mejor en una plaza.

Espléndidas las intervenciones de Miguel con la güira dominicana, alternadas con el bongó, para subrayar los cambios de ritmo entre una parte y otra.

Se continúa con “Buscando Guayaba”, otra pieza histórica extraída del álbum de culto “Siembra”, donde Rubén rehace el “solo de boca” imitando la guitarra cuatro de Yomo Toro, que no llegó a tiempo para la grabación.

Una breve introducción al piano presenta la siguiente “Decisiones”, quizá la única canción ligeramente por debajo del nivel del resto.

Un afro en 6/8 anuncia, en cambio, la bellísima “El Padre Antonio y su Monaguillo Andrés”.

“El Pueblo” la canta al unísono con Rubén, quien, como gran sonero, improvisa frases como “matan a la gente, pero no matan las ideas” o, como en el final, modifica en el coro la frase original con: “Suenan las campanas de fiesta en Colombia… por Ingrid Betancourt”.

Los colombianos le dedican un largo aplauso; solo él puede hacer ciertas cosas.

Siguen “Amor y Control” y el gran clásico de Rubén y Willie Colón, “Te Están Buscando”, donde los metales maravillan y Rubén Blades toca el trombón imitándolo con la voz.

Se pasa a un gran clásico, “Plantación Adentro”, de Tite Curet Alonso, citado por Rubén como el mayor autor de la historia de la salsa.

A mitad de la pieza, cuando los personajes de la historia se encuentran en la selva, Rubén imita todos los sonidos del bosque y arranca un aplauso entusiasta de su público.

Esta pieza reserva muchas sorpresas. Al final, Rubén llama a los tres grandes trombonistas, que se colocan en el centro del escenario y comienzan un desafío entre ellos, alternándose en el micrófono.

La adrenalina ya está por las nubes: ¡yo canto, bailo y filmo al mismo tiempo!

Se continúa con “Sin tu cariño”, con un hermoso solo de Walter Flores, y “Ligia Elena”, donde Rubén canta con dos voces completamente distintas, acompañado por el espléndido contrapunto de los trombonistas.

Precedido por un pequeño homenaje a Bach y a las variaciones Goldberg, donde Walter Flores se luce en la flauta, se pasa a “Juan González”, incluida en el primer álbum de Rubén, “From Panama To New York”, de 1970. Por su contenido político, la canción fue excluida de los circuitos radiofónicos estadounidenses.

Espléndido el solo del timbalero, verdadero protagonista de la noche junto con los trombonistas.

Llega el período de los primeros años ochenta con las bellísimas “El Nacimiento de Ramiro”, “Todos Vuelven” y “Maestra Vida”.

Todo el público canta al unísono: “Maestra vida, camarà, te da y te quita, te quita y te da”.

En ese momento Rubén gira el micrófono y nos hace cantar a nosotros.

Una introducción de conga hace saltar a todos los presentes… ¡ha llegado “Pedro Navaja”!

Ya en pleno delirio, el canto de la plaza supera al de Rubén; los trombones dan lo mejor de sí en esta pieza arrolladora que marcó una época.

También aquí juega con el soneo y, en el momento culminante, dice: “¡Qué sorpresa, en Estados Unidos un negro presidente!”.

Se llega a la última canción prevista: “Patria”, un bellísimo himno a los valores de la propia cultura. Su voz cálida e intensa hace el resto.

¿Pero podía terminar así? El público lo devuelve al escenario por aclamación popular y se empieza a bailar un poco de hustle.

Llega finalmente “Plástico”, bandera del pueblo latino. Estas palabras están escritas también en las paredes, algo que he visto personalmente durante mis viajes.

Para mí, este es el momento más bello del concierto.

¿Pero podía terminar así? ¿Después de “solo” dos horas de concierto?

Rubén no es Marc Anthony y, pese a tener el doble de años, ¡permanece en escena el doble de tiempo!

Llega el último bis, “Muévete”, una canción de Los Van Van que Rubén retomó en 1985 con una base similar a “All Night Long” de Lionel Richie, que de hecho Rubén tararea antes de la pieza con gran autoironía.

Grandes solos de los trombones y del timbalero cierran este increíble concierto de más de dos horas, que marcó el regreso de quien creó, de hecho, la corriente de la salsa socialmente comprometida, tanto por la profundidad de sus letras como por las nuevas ideas musicales que revolucionaron el ambiente de la salsa a finales de los años setenta.

Después de Milán, actuaría en Roma antes de continuar su gira mundial.

Para quien quiera conocerlo mejor, recomendamos visitar su sitio web y seguir sus programas, que también pueden encontrarse en nuestro portal.

El Show de Ruben Blades

www.rubenblades.com

Se agradece a la organización del Latino Americando Expò

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