Le recensioni de LaSalsaVive

Vitín Avilés – Con Mucha Salsa

(Alegre Records ASLP 6011)

di Claude

Víctor Manuel Avilés Rojas, cantante autodidatta, nacque a Mayagüez, Puerto Rico, nel 1924; il suo valore risiede nella timbrica della sua voce e nello stile del suo canto, entrambi molto simili a quelli di Tito Rodríguez, ma che purtroppo non furono sufficienti a fare di lui una star come il suo conterraneo.

Appena diciannovenne decise di abbandonare la professione di parrucchiere per sfruttare la propria voce tenorile nella locale Orquesta Hatuey (in cui suonava anche Mon Rivera), e dopo un anno si inserì nella Orquesta Anacaona di San Juan venendo poi in contatto con quella di Miguelito Miranda con cui poté incidere la sua prima hit “La Television”; sfruttando l’onda di quel successo dopo due anni cercò fortuna a New York, approdando all’orchestra di Pupi Campo e collaborando nel contempo con importanti orchestre dell’epoca tra cui i LecuonaMachitoLa PlayaXavier CugatTito Puente e Tito Rodríguez.

Con quest’ultimo, nel ’54, incise un 33 giri composto da sole quattro canzoni, e fu arduo anche per il più sfegatato collezionista attribuire correttamente le due voci a Tito e Vitín, distinguibili – a fatica – per una tonalità leggermente più bassa del secondo; considerato che erano praticamente uguali, nacque subito una discussione sulla primigenia del loro comune stile “semi-parlato”, questione che peraltro mai turbò la stima reciproca dei due collaboratori e amici: in seguito, lo storico della musica latina Max Salazar avrebbe fugato i dubbi a favore di Vitín con la scoperta – pubblicata su Latin New York Magazine – di un suo 78 giri registrato anteriormente al debutto di Tito.

Nel 1959 Avilés iniziò a lavorare con Noro Morales e dopo la sua scomparsa nel ’64 costituì un proprio gruppo, pur continuando a suonare anche con altre orchestre tra cui quella di Tito Rodríguez, con cui incise nel ’66 “En La Playa”, e quella di Charlie Palmieri, per la quale interpretò la popolarissima “La Hija De Lola” presente ne “El Gigante Del Teclado” edito nel ’73 dalla Alegre Records.

Vitin Aviles


Per la stessa etichetta, tra il ’74 e il ’75, seguirono due album solisti di bolero che, all’età di 50 anni e con una carriera trentennale alle spalle, lo portarono finalmente al successo e gli procurarono l’appellativo de El Cantante Del Amor; il più venduto, “Canta El Amor”, e il successivo “El Mensajero Del Amor”, contenevano brani tutt’oggi popolarissimi tra i Latini, come la struggente Temes composta per lui dal grande Tite Curet.

Vitín Avilés – Temes

A metà degli anni ’70 siamo in pieno boom della salsa e del monopolio di Jerry Masucci; la Alegre, come tutte le altre etichette da lui acquisite, di indipendente aveva conservato solo il nome ma sia la distribuzione che la direzione erano in mano alla sua Fania Records: questo si tradusse in uno stop al filone boleristico che probabilmente avrebbe suggellato il suo successo, e portò alla produzione salsera che andiamo a trattare, “Con Mucha Salsa” (Alegre Records, 1978), uno dei miei album preferiti.

Prodotto da Louie Ramirez, la line-up orchestrale sfoggia gente del calibro di Charlie Palmieri al piano, Nicky Marrero al bongo, Mike Collazo ai timbales, Eddie Rivera al basso ed una classica sezione fiati salsera con tre trombe (tra cui Ray Maldonado) e due tromboni.

Le dieci tracce sono tutte salse ballabilissime:

  1. Sufre (Raul Marrero). Il brano di apertura è un’allegra salsa del noto compositore portoricano, riarrangiata con un basso che risente dell’epoca (siamo nel 1978) e dove si distingue nel finale un duetto tra tromba e cantante. Il testo parla delle sofferenze causate da una donna.
  2. Me Quedé Con Las Ganas (Raul Marrero). Stesse considerazioni del brano precedente, ma con l’aggiunta di brevi innesti di ritmo mozambique e di un assolo finale di tromba. La donna descritta, in questo caso, è fonte di desiderio negato!
  3. Levanta Y Anda (Ismael Miranda). Su un tappeto sonoro tipico del suono più maturo dell’epoca d’oro della salsa, i fiati eseguono l’intro che precede l’entrata del cantante, e quando quest’ultimo inizia, lo accompagnano in contro canto colorendo gli spazi delle sue pause; il tema è la classica storia dell’uomo tradito che invita la propria donna a prendere le proprie cose e ad andarsene col suo nuovo amore: molto coinvolgente il gioco di chiamata e risposta tra il cantante ed il coro nella parte centrale della canzone dove si invoca “Levanta Y Anda” (alzati a vattene), per poi terminare il tutto con uno stacco finale.
  4. Lo Que Encontré A Mi Regreso (Tito Henriquez). Una salsa a tempo medio sul tema delle pietanze portoricane che, al ritorno dopo anni di residenza all’estero, non hanno più lo stesso sapore, oppure non son più disponibili in piccole quantità, se non addirittura scomparse del tutto; il cibo è un modo per parlare del tempo che passa, e dei cambiamenti che ciò comporta: oltre che della nostalgia della propria terra durante l’infanzia.
  5. Sácale El Cuerpo (Bobby Capó). Questa bellissima salsa è un riarrangiamento di un brano di quest’altro celebre compositore portoricano e, pur essendo a tempo medio, possiede un’energia notevole; di nuovo si parla di una donna, qui descritta come una belva gelosissima, un diavolo travestito da donna, al punto da percuotere il proprio uomo sol perché un’altra donna, per strada, lo aveva salutato: “sácale el cuerpo”, ossia lasciala perdere, stanne alla larga, in una parola, evitala.
  6. Dale Cara A Tu Dolor (Felix Rivera). Una salsa tranquilla che continua a trattare del tema prediletto del Cantante Del Amor: la donna traditrice!
  7. Jacarandosa Juana (Raul Marrero). Sempre Raul Marrero, attraverso il cantante, ci narra di una donna, qui però ritratta nel suo aspetto più giocoso, e la stessa musica ne risente con un andamento più sostenuto e allegro.
  8. La Dulce Vida (Johnny Alvarez). Questa salsa in guaguancó, ancor più sostenuta della precedente, testimonia il desiderio di raggiungere il successo con una originale e pittoresca immagine di seguito descritta: “Da questa vita dolce nessuno vuol andarsene, vogliamo vivere in eterno, e raggiungere la gloria, ma nessuno, nessuno vuole morir, mia madre mi fece venire al mondo per godermi la dolce vita, a ballar salsa e merengue, guaguancó, la cumbia, rumba y guajira, e se uno di questi giorni, Dio mi viene a cercare, io vorrei reincarnarmi in una salsa frizzante che venga suonata tutto il giorno, alla radio e alla tv, e che mi faccia entrare alla grande nel mondo della salsa e dell’allegria”. L’espressione così dolcemente puerile dell’anelito al successo, con una voce come quella, da un uomo ritenuto unanimemente come umile e sincero, fa di questo brano uno dei momenti più emotivi dell’album.
  9. Compay Salsa (Carbo Menendez). In coerenza col crescendo percepibile traccia dopo traccia, arriviamo al brano più tirato di tutto l’album; i fiati eseguono una breve intro cui segue subito un coro introduttivo dell’entrata del cantante, che dà qui una spiegazione del concetto di salsa secondo il compositore, l’illustre Carbo Menendez: “La salsa que me gusta a mi/es sin tomate y sin aji/sin condimento si sazón/no se cocina en el fogón/compay, óyelo bién/la salsa que te traigo yo/es salsa con ritmo de son/condimentada con bongó/y con sabor a guaguancó/compay, óyelo bién”. Riprende il coro con giochi di chiamata e risposta coi fiati, col successivo intervento a tratti del cantante, e il tutto sottolineato dal bongó in piena evidenza seguito dall’entrata della campana… “Compay póngase duro, y dice mi maaaaaaaamboooo” e attaccano i tromboni con in sottofondo la campana nel suo classico tikiton tikiton, poi si inseriscono le trombe che iniziano a duettare anch’esse tra loro… poi, dopo il klimax del montuno, riprende la chiamata e risposta tra cantante e coro, per riprendere di nuovo il montuno in un crescendo impetuso che termina con un lungo stacco di fiati. Questa io l’ho sempre definita una “Salsa Imperiale”, rappresentativa della piena maturità artistica raggiunta dal Suono Salsero nella seconda metà degli anni ’70; un interplay favoloso tra oltre 10 orchestrali, una sonorità più curata che agli esordi ma pur sempre compatta, granitica, dinamica, e dei fraseggi musicali ispirati al jazz e genialmente innestati su ritmiche latine: in una parola, lo stilema della Salsa dell’epoca Fania.
  10. El Mundo Se Ve Diferente (Ismael Miranda). Gli anni ’70 volgono al termine e con essi tutto il retaggio di socialità che li caratterizzava; la società inizia a trasformarsi insieme alle persone che però non sembrano più felici come in passato: l’autore li esorta a uscire dalla loro indifferenza così… “Il mondo non è più quello di una volta, è tutto ormai tecnologico, c’è chi viene e c’è chi va, sono “tutti indifferenti”; dai cercate di incontrarvi, vediamo un po’ che si fa, in questo mondo, fratelli, che non si riconosce più: dai che andiamo a cominciare a riunir tutta la gente, tutti quegli “indifferenti”, quelli che silenziosamente camminano, senza sapere dove vanno.” Qua la melanconia assale, e la voce di Vitín, col suo colore triste e romantico, raggiunge una delle vette più alte delle sue interpretazioni; bellissimo l’alternarsi del cantante con i fiati, e struggenti i fraseggi del piano che traducono in musica l’atmosfera del brano: decisamente, il mio preferito di questo album.

Un anno dopo l’uscita di questo album Vitín si unì alla Super Orquesta Venezolana dopodiché, pur nell’oblìo delle case discografiche, continuò con le numerose collaborazioni, presentandosi anche in pubblico accompagnato da diverse orchestre; nel 2000, dopo quasi 50 dischi e più di 100 collaborazioni, venne incluso nell’International Latin Music Hall of Fame: secondo il suo amico nonché compositore Mike Amadeo, continuò a condurre una vita movimentata nonostante l’età e i problemi di salute (era costretto su una sedia a rotelle).

Nel 2004 morì in un ospedale di Manhattan all’età di 79 anni.

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Las reseñas de LaSalsaVive

Vitín Avilés – Con Mucha Salsa
(Alegre Records ASLP 6011)
por Claude

Víctor Manuel Avilés Rojas, cantante autodidacta, nació en Mayagüez, Puerto Rico, en 1924; su valor residía en el timbre de su voz y en su estilo interpretativo, ambos muy parecidos a los de Tito Rodríguez, pero que, por desgracia, no fueron suficientes para convertirlo en una estrella como su célebre compatriota.

A los diecinueve años decidió abandonar el oficio de peluquero para aprovechar su voz de tenor en la Orquesta Hatuey local —en la que también tocaba Mon Rivera— y, un año después, ingresó en la Orquesta Anacaona de San Juan. Más tarde entró en contacto con la orquesta de Miguelito Miranda, con la que pudo grabar su primer éxito, «La Televisión». Aprovechando la ola de aquel éxito, dos años después buscó fortuna en Nueva York, donde llegó a la orquesta de Pupi Campo y colaboró al mismo tiempo con importantes orquestas de la época, entre ellas las de Lecuona, Machito, La Playa, Xavier Cugat, Tito Puente y Tito Rodríguez.

Con este último grabó, en 1954, un disco de 33 rpm compuesto por solo cuatro canciones; incluso para el coleccionista más apasionado resultaba difícil atribuir correctamente las dos voces a Tito y Vitín, distinguibles —con dificultad— por la tonalidad ligeramente más baja del segundo. Puesto que eran prácticamente iguales, surgió de inmediato un debate sobre quién había sido el primero en desarrollar su común estilo «semihablado», cuestión que, por otra parte, nunca alteró la estima mutua entre ambos colaboradores y amigos. Más tarde, el historiador de la música latina Max Salazar disiparía las dudas a favor de Vitín al descubrir —y publicar en *Latin New York Magazine*— un disco de 78 rpm suyo grabado antes del debut de Tito.

En 1959 Avilés comenzó a trabajar con Noro Morales y, tras su fallecimiento en 1964, formó su propio grupo, aunque siguió tocando también con otras orquestas, entre ellas la de Tito Rodríguez, con quien grabó en 1966 «En la Playa», y la de Charlie Palmieri, para la cual interpretó la popularísima «La Hija de Lola», incluida en «El Gigante del Teclado», publicado en 1973 por Alegre Records.

Vitin Aviles

Para el mismo sello, entre 1974 y 1975, siguieron dos álbumes solistas de boleros que, a los cincuenta años y después de tres décadas de carrera, finalmente lo llevaron al éxito y le valieron el apelativo de El Cantante del Amor. El más vendido, «Canta el Amor», y el posterior «El Mensajero del Amor» contenían temas todavía muy populares entre los latinos, como el conmovedor «Temes», compuesto para él por el gran Tite Curet.

A mediados de los años setenta, la salsa vivía su pleno auge y el monopolio de Jerry Masucci; Alegre, como todos los demás sellos adquiridos por él, solo había conservado de independiente el nombre, pues tanto la distribución como la dirección estaban en manos de su Fania Records. Esto supuso una interrupción de la vertiente bolerística que probablemente habría consolidado su éxito y condujo a la producción salsera que vamos a tratar: «Con Mucha Salsa» (Alegre Records, 1978), uno de mis álbumes favoritos.

Producido por Louie Ramírez, la formación orquestal reúne músicos de la talla de Charlie Palmieri al piano, Nicky Marrero en el bongó, Mike Collazo en los timbales, Eddie Rivera en el bajo, además de una clásica sección salsera de metales con tres trompetas —entre ellas la de Ray Maldonado— y dos trombones.

Las diez pistas son salsas sumamente bailables:

1. Sufre (Raúl Marrero). El tema de apertura es una alegre salsa del conocido compositor puertorriqueño, reorquestada con un bajo que refleja la época —estamos en 1978— y en la que, al final, destaca un dúo entre la trompeta y el cantante. La letra habla de los sufrimientos causados por una mujer.

2. Me Quedé con las Ganas (Raúl Marrero). Las mismas consideraciones que para el tema anterior, pero con la incorporación de breves pasajes de ritmo mozambique y un solo final de trompeta. En este caso, la mujer descrita es fuente de un deseo frustrado.

3. Levanta y Anda (Ismael Miranda). Sobre una base sonora típica del sonido más maduro de la época dorada de la salsa, los metales ejecutan la introducción que precede a la entrada del cantante y, cuando este empieza, lo acompañan en contrapunto, coloreando los espacios de sus pausas. El tema es la clásica historia del hombre traicionado que invita a su mujer a recoger sus cosas e irse con su nuevo amor. Resulta muy atractivo el juego de llamada y respuesta entre el cantante y el coro en la parte central de la canción, donde se invoca «Levanta y anda», para terminar con un corte final.

4. Lo Que Encontré a Mi Regreso (Tito Henríquez). Una salsa de tempo medio sobre los platos puertorriqueños que, al regresar después de años de residencia en el extranjero, ya no tienen el mismo sabor, no se consiguen en pequeñas cantidades o incluso han desaparecido por completo. La comida es una forma de hablar del paso del tiempo, de los cambios que este conlleva y de la nostalgia por la tierra natal durante la infancia.

5. Sácale el Cuerpo (Bobby Capó). Esta bellísima salsa es un rearreglo de un tema de otro célebre compositor puertorriqueño y, aunque tiene un tempo medio, posee una energía notable. De nuevo se habla de una mujer, descrita aquí como una fiera sumamente celosa, un diablo disfrazado de mujer, hasta el punto de golpear a su hombre solo porque otra mujer lo había saludado en la calle. «Sácale el cuerpo» significa, en pocas palabras, déjala, mantente alejado de ella, evítala.

6. Dale Cara a Tu Dolor (Félix Rivera). Una salsa tranquila que sigue abordando el tema predilecto del Cantante del Amor: ¡la mujer traicionera!

7. Jacarandosa Juana (Raúl Marrero). Una vez más, Raúl Marrero, a través del cantante, nos habla de una mujer, aunque aquí se la retrata en su aspecto más juguetón; la propia música lo refleja con un ritmo más animado y alegre.

8. La Dulce Vida (Johnny Álvarez). Esta salsa en guaguancó, aún más animada que la anterior, testimonia el deseo de alcanzar el éxito mediante una imagen original y pintoresca: nadie quiere irse de esta dulce vida; queremos vivir eternamente y alcanzar la gloria, pero nadie quiere morir. Mi madre me trajo al mundo para disfrutar de la dulce vida, para bailar salsa y merengue, guaguancó, cumbia, rumba y guajira; y si uno de estos días Dios viene a buscarme, quisiera reencarnarme en una salsa vibrante, que suene todo el día en la radio y la televisión y me haga entrar por la puerta grande en el mundo de la salsa y de la alegría. La expresión, tan dulcemente infantil, de este anhelo de éxito, pronunciada con una voz como la suya por un hombre considerado unánimemente humilde y sincero, convierte este tema en uno de los momentos más emotivos del álbum.

9. Compay Salsa (Carbo Menéndez). En coherencia con el crescendo que se percibe pista tras pista, llegamos al tema más intenso de todo el álbum. Los metales ejecutan una breve introducción, seguida de un coro que presenta la entrada del cantante, quien explica aquí el concepto de salsa según el compositor, el ilustre Carbo Menéndez. El coro retoma después los juegos de llamada y respuesta con los metales, mientras el cantante interviene por momentos; todo queda subrayado por el bongó, situado en primer plano, y por la posterior entrada de la campana. Luego llegan los trombones, con la campana de fondo en su clásico «tikitón, tikitón», y más tarde se incorporan las trompetas, que también empiezan a dialogar entre sí. Tras el clímax del montuno, vuelve la llamada y respuesta entre cantante y coro, antes de retomar el montuno en un crescendo impetuoso que concluye con un largo corte de metales. Siempre he definido esta pieza como una «Salsa Imperial», representativa de la plena madurez artística alcanzada por el sonido salsero en la segunda mitad de los años setenta: un fabuloso *interplay* entre más de diez músicos, una sonoridad más cuidada que en los comienzos, pero a la vez compacta, sólida y dinámica, y frases musicales inspiradas en el jazz e ingeniosamente insertadas en ritmos latinos. En una palabra: el sello distintivo de la salsa de la época Fania.

10. El Mundo se Ve Diferente (Ismael Miranda). Los años setenta llegan a su fin y, con ellos, todo el legado de sociabilidad que los había caracterizado. La sociedad empieza a transformarse junto con las personas, que ya no parecen tan felices como antes; el autor las exhorta a salir de su indiferencia. La melancolía se apodera entonces del ambiente, y la voz de Vitín, con su color triste y romántico, alcanza una de las cumbres de sus interpretaciones. Es bellísima la alternancia entre el cantante y los metales, así como los conmovedores fraseos del piano, que traducen en música la atmósfera de la pieza: sin duda, mi tema favorito del álbum.

Un año después de la publicación de este álbum, Vitín se unió a la Super Orquesta Venezolana. Más tarde, pese al olvido de las discográficas, continuó realizando numerosas colaboraciones y presentándose en público acompañado por distintas orquestas. En 2000, después de casi cincuenta discos y más de cien colaboraciones, ingresó en el International Latin Music Hall of Fame. Según su amigo y también compositor Mike Amadeo, siguió llevando una vida intensa a pesar de la edad y de sus problemas de salud, que lo obligaban a utilizar una silla de ruedas.

En 2004 murió en un hospital de Manhattan, a los 79 años.

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