A cura della Redazione LaSalsaVive

Se si dovesse scegliere un’immagine per descrivere l’impatto di Raymond Barretto Pagán sulla musica del XX secolo, sarebbe quella delle sue mani: enormi, callose, instancabili, capaci di abbattere le barriere tra il jazz afro-americano e i ritmi caraibici. Nato a New York (nel Bronx) il 29 aprile 1929 da genitori portoricani, Barretto ha incarnato alla perfezione l’identità del Nuyorican: radici nell’isola, testa e cuore nell’asfalto della Grande Mela.

Ray Barretto con Roberto Roena

1. Le Origini: Il Jazz come ancora di salvezza

Crescere a New York negli anni ’30 e ’40 per un ragazzo latino non era facile. Ray trova il suo rifugio nella musica che la madre ascolta alla radio: i dischi di Duke Ellington, Count Basie e Benny Goodman.

La vera folgorazione, però, arriva alla fine degli anni ’40, mentre si trova in Germania con l’esercito statunitense. Lì ascolta alla radio militare “Manteca” di Dizzy Gillespie, con il leggendario percussionista cubano Chano Pozo alle congas. In quel preciso istante, il giovane Barretto capisce che il jazz e il tambor della sua terra d’origine possono fondersi in qualcosa di dirompente. Torna a New York con una missione: dominare le congas.

2. Gli anni ’50: La gavetta nel tempio del Jazz

Al suo ritorno, Barretto comincia a frequentare le jam sessions di Harlem. Ha un senso del tempo micidiale e una potenza fisica fuori dal comune, che gli valgono presto il soprannome di “Manos de Duro” (Mani dure).

Nel 1957 sostituisce Mongo Santamaría nell’orchestra di Tito Puente (dove rimarrà per quattro anni) e diventa il percussionista di riferimento per le etichette jazz più prestigiose, come la Blue Note e la Prestige. In quegli anni incide con Puente l’album “Dance Mania” (una raccolta di classici e successi di Tito Puente), pubblicato nel 1958, che consolida definitivamente la sua reputazione internazionale.

Suona con giganti del calibro di Lou Donaldson, Red Garland, Gene Ammons e persino con il leggendario Art Blakey. Barretto non è solo un percussionista latino prestato al jazz; è un musicista totale che capisce l’improvvisazione come pochi altri.

3. Gli anni ’60: Dal “Watusi” all’esplosione della Fania

Nel 1961, Barretto decide che è ora di mettersi in proprio e fonda la sua prima orchestra, la Charanga Moderna.

Note: “La charanga è un formato orchestrale cubano nato alla fine dell’Ottocento, caratterizzato da un organico tipico che comprende flauto traverso (spesso in do, dal suono brillante e penetrante), sezione di archi, piano, timbales, güiro e contrabbasso. A differenza dei conjuntos — che puntavano su trombe e voce — la charanga aveva un suono più morbido ed elegante, ideale per il danzón e poi per il chachachá. Negli anni ’60, band come l’Orquesta Aragón ne erano il simbolo per eccellenza. Quando Barretto battezzò la sua orchestra Charanga Moderna, stava dichiarando apertamente la sua appartenenza a questa tradizione cubana, pur aprendola alle influenze del jazz e del nascente boogaloo”.

Nel 1963 arriva il primo colpo commerciale devastante: “El Watusi”. Il brano, un boogaloo trascinante e scanzonato, entra dritto nella Top 20 pop degli Stati Uniti. È un successo enorme, ma rischia di intrappolarlo nel cliché della musica “da ballo commerciale”.

Barretto, che mira a qualcosa di più profondo, capisce che il vento sta cambiando. Nel 1967 firma per una neonata etichetta discografica guidata da Jerry Masucci e Johnny Pacheco: la Fania Records.

Il suo debutto con la Fania, “Acid” (1968), è un capolavoro assoluto. È un album cerniera in cui convivono il boogaloo, il soul-jazz e la nascente Salsa. Brani come “A Deeper Shade of Soul” e “Soul Drummers” diventano inni generazionali per i giovani latini di New York.

4. Gli anni ’70: L’era d’oro della Salsa Dura

Entriamo negli anni ’70, il decennio d’oro. Barretto è uno dei pilastri inamovibili delle Fania All-Stars, il supergruppo che porta la salsa negli stadi di tutto il mondo (indimenticabile la sua performance nel 1974 nello Zaire, prima del match tra Ali e Foreman).

Ma è con la sua orchestra che firma i manifesti della Salsa Dura:

  • “The Message” (1971)
  • “Que Viva la Música” (1972) – Un album monumentale, tragicamente segnato dalla morte prematura del suo straordinario cantante, Adalberto Santiago, che poco dopo lascerà la band insieme ad altri musicisti per fondare la Tipica 73.
  • “Indestructible” (1973) – La risposta di Barretto alla crisi della band. Con una nuova formazione (tra cui spicca Tito Allen alla voce) e una copertina iconica in cui Ray si trasforma in Clark Kent/Superman, l’album dimostra che il leader è, appunto, indistruttibile. Il brano omonimo resta uno dei pezzi di salsa più potenti e suonati di sempre, un manifesto di resilienza e purezza ritmica.

Verso la fine del decennio, stanco delle dinamiche commerciali della salsa commerciale, Barretto torna al suo primo amore e fonda la band New World Spirit, un progetto di Latin Jazz straordinario con cui continuerà a registrare album di altissimo livello per tutti gli anni ’80 e ’90.

5. L’eredità e gli ultimi anni

Nel 1990 vince finalmente un Grammy Award per l’album “Ritmo en el Corazón”, registrato insieme alla “Reina de la Salsa”, Celia Cruz. Nel 2006 riceve il prestigioso titolo di NEA Jazz Master, il massimo riconoscimento statunitense per un musicista jazz.

Poche settimane dopo, il 17 febbraio 2006, Ray Barretto si spegne a causa di complicazioni cardiache all’età di 76 anni.

Español

Ray Barretto: El Gigante de las congas que unió el Jazz con la Salsa

Por la Redacción de LaSalsaVive

Si hubiera que elegir una imagen para describir el impacto de Raymond Barretto Pagán en la música, sería la de un puente: un puente tendido entre el jazz afroamericano del Harlem de los años ‘50 y la salsa que incendiaría el mundo latino en los años ‘70. Nacido el 29 de abril de 1929 de padres puertorriqueños, Barretto encarnó a la perfección la identidad del Nuyorican: raíces en la isla, mente y corazón en el asfalto de la Gran Manzana.

Ray Barretto con Roberto Roena

1. Los orígenes: El Jazz como tabla de salvación

Crecer en Nueva York en los años 30 y 40 siendo un chico latino no era fácil. Ray encuentra su refugio en la música: absorbe Duke Ellington y Count Basie como si fueran oxígeno, y desarrolla una sensibilidad rítmica que va más allá de cualquier frontera cultural.

La verdadera revelación, sin embargo, llega a finales de los años 40, mientras está en Alemania con el ejército estadounidense. Escucha, como por casualidad, “Manteca” de Dizzy Gillespie, con el legendario percusionista cubano Chano Pozo a las congas. En ese preciso instante, el joven Barretto comprende que el jazz y el tambor de su herencia caribeña no son dos mundos separados: son el mismo mundo.

2. Los años 50: El aprendizaje en el templo del Jazz

A su regreso, Barretto comienza a frecuentar las jam sessions de Harlem. Tiene un sentido del tiempo letal y una potencia física fuera de lo común, que pronto le valen el apodo de “Manos de Duro”.

En 1957 sustituye a Mongo Santamaría en la orquesta de Tito Puente (donde permanecerá cuatro años) y se convierte en el percusionista de referencia para los sellos de jazz más prestigiosos, como Blue Note y Prestige. En esos años graba con Puente el álbum “Dance Mania” (una recopilación de clásicos y éxitos de Tito Puente), publicado en 1958, que consolida definitivamente su reputación internacional.

Toca con gigantes del calibre de Lou Donaldson, Red Garland, Gene Ammons y hasta con el legendario Art Blakey. Barretto no es solo un percusionista latino prestado al jazz; es un músico total que comprende la improvisación como pocos.

3. Los años 60: Del “Watusi” a la explosión de la Fania

En 1961, Barretto decide que es hora de trabajar por su cuenta y funda su primera orquesta, la Charanga Moderna.

Notas: “La charanga es un formato orquestal cubano nacido a finales del siglo XIX, caracterizado por una plantilla típica que incluye flauta traversa (frecuentemente en do, de sonido brillante y penetrante), sección de cuerdas, piano, timbales, güiro y contrabajo. A diferencia de los conjuntos —que apostaban por trompetas y voz— la charanga tenía un sonido más suave y elegante, ideal para el danzón y luego para el chachachá. En los años 60, bandas como la Orquesta Aragón eran su símbolo por excelencia. Cuando Barretto bautizó su orquesta Charanga Moderna, estaba declarando abiertamente su pertenencia a esta tradición cubana, aun abriéndola a las influencias del jazz y del naciente boogaloo.”

En 1963 llega el primer gran golpe comercial: “El Watusi”. El tema, un boogaloo arrollador y desenfadado, entra directo en el Top 20 pop de los Estados Unidos. Es un éxito enorme, pero corre el riesgo de encasillarlo en el clíiché de la música “comercial de baile”.

Barretto, que apunta a algo más profundo, percibe que el viento está cambiando. En 1967 firma con Fania Records.

Su debut con la Fania, “Acid” (1968), es una obra maestra absoluta. Es un álbum bisagra en el que conviven el boogaloo, el soul-jazz y la naciente Salsa. Temas como “A Deeper Shade of Soul” y “Soul Drummers” se convierten en himnos generacionales para los jóvenes latinos de Nueva York.

4. Los años 70: La era dorada de la Salsa Dura

Entramos en los años 70, la década dorada. Barretto es uno de los pilares inamovibles de las Fania All-Stars, el supergrupo que lleva la salsa a los estadios de todo el mundo (inolvidable su actuación en el Estadio Léopold Sédar Senghor de Dakar, en el concierto que precedió al combate “Rumble in the Jungle” entre Ali y Foreman).

Pero es con su orquesta que firma los manifiestos de la Salsa Dura:

  • “The Message” (1971)
  • “Que Viva la Música” (1972) – Un álbum monumental, trágicamente marcado por la muerte prematura de su extraordinario cantante Adalberto Santiago, que poco después dejará la banda junto a otros músicos para fundar la Típica 73.
  • “Indestructible” (1973) – La respuesta de Barretto a la crisis de la banda. Con una nueva formación (entre los que destaca Tito Allen a la voz), produce un álbum que es pura energía y rabia creativa.

Hacia finales de la década, cansado de las dinámicas comerciales de la salsa romántica, Barretto vuelve a sus raíces jazz y funda New World Spirit, un extraordinario proyecto de Latin Jazz con el que continuará grabando álbumes de altísimo nivel hasta el final de su vida.

5. El legado y los últimos años

En 1990 gana finalmente un Grammy Award por el álbum “Ritmo en el Corazón”, grabado junto a la “Reina de la Salsa”, Celia Cruz. En 2006 recibe el prestigioso título de NEA Jazz Master, el máximo reconocimiento estadounidense para un músico de jazz.

Pocas semanas después, el 17 de febrero de 2006, Ray Barretto fallece a causa de complicaciones cardíacas a la edad de 76 años.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.